Pensieri e riflessioni su "Lo Hobbit" di J.R.R. Tolkien

Titolo: Lo Hobbit
Autore: J.R.R. Tolkien
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
ISBN: 8845906884
ISBN-13: 9788845906886 
Pagine: 342

Sinossi: "Lo hobbit" è il libro con cui Tolkien ha presentato per la prima volta, nel 1937, il foltissimo mondo mitologico del Signore degli Anelli, che ormai milioni di persone di ogni età, sparse ovunque, conoscono in tutti i suoi minuti particolari. Tra i protagonisti di tale mondo sono gli hobbit, minuscoli esseri "dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari", timidi, capaci di "sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate", con un'arte che sembra magica ma è "unicamente dovuta a un'abilità professionale che l'eredità, la pratica e un'amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe" quali gli uomini. Se non praticano la magia, gli Hobbit finiscono però sempre in mezzo a feroci vicende magiche, come capita appunto a Bilbo Baggins, eroe quasi a dispetto di questa storia, che il grande "mago bianco" Gandalf coinvolgerà in un'impresa apparentemente disperata: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smog. Bilbo incontrerà così ogni sorta di avventure, assieme ai tredici nani suoi compagni e a Gandalf, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso le parole degli insegnamenti decisivi. E il ritrovamento, apparentemente casuale, di un anello magico, è il germe della grande saga che Tolkien proseguirà nei tre libri del "Signore degli Anelli" illuminando nel suo durissimo senso un tema segreto de "Lo hobbit": cosa fare dell'Anello del Potere?

Il pensiero di Annachiara:
È la prima volta in assoluto che leggo un’opera di Tolkien ed ero un po’ spaventata. Come ci si avvicina ad un fenomeno di costume così esteso, ad uno scrittore così amato e quasi idolatrato? Come ci si prepara al Re dei fantasy per eccellenza? Purtroppo, o per fortuna, Lo Hobbit è un libro semplice, in tutti i sensi. È un libro per bambini, se proprio dobbiamo dirla tutta. Lo stile narrativo è quasi infantile: a metà tra il tono didascalico delle lezioni e quello dolce delle fiabe della buonanotte. La trama, poi, è anche peggio: un pericoloso viaggio, pieno di avventure e pericoli, verso la montagna dove vive il drago, per riconquistare il tesoro usurpato da quest’ultimo. Cosa c’è di più lineare? Niente colpi di scena, niente svolte improvvise, digressioni intimistiche o argomenti troppo complicati. Questo, è soltanto un libro di avventura.

“Cerco qualcuno con cui condividere un’avventura che sto organizzando ed è molto difficile trovarlo.”
“Lo credo bene, da queste parti […] non sappiamo che farcene delle avventure. Brutte fastidiose scomode cose! Fanno far tardi a cena!”

Lo hobbit Bilbo Baggins, il nostro protagonista, vive da più di cinquant’anni in pace nella sua caverna hobbit quando, un giorno d’estate, riceve la visita di Gandalf, uno stregone potente e famoso in tutta la terra per le sue avventure straordinarie, venuto a proporgli una parte importante proprio in una di queste avventure. Il signor Begging dapprima rifiuta sdegnosamente ma poi si lascia trasportare dagli eventi e prima del terzo capitolo si ritrova in viaggio con tredici nani verso la Montagna Solitaria, pronto a lottare ed uccidere il drago Smog e ad ottenere un quattordicesimo del tesoro come ricompensa.

Non si fa affatto fatica a lasciarsi trasportare da Tolkien in quest’universo pieno di creature mitologiche e nemici dietro ogni angolo. Tra elfi, orchi e lupi mannari; attraversando sentieri solitari e boschi incantati, veniamo condotti per mano nei passaggi più impervi e del tutto rapiti dalle descrizioni che, in linea con lo stile descritto precedentemente, non appesantiscono mai troppo la narrazione anche se in qualche punto corrono il rischio di farlo.
Qualche difetto, purtroppo, si riesce a trovare anche in questo libro così trascinante.
Tanto per cominciare, soprattutto all’inizio la vicenda non risulta all’”altezza” di una “mente adulta”. I primi pericoli, i primi intoppi nel cammino, vengono risolti con fin troppa facilità dallo stregone e sembra che i nani e lo hobbit non arriveranno mai a cavarsela da soli, a darci la soddisfazione di trattenere il fiato per un vero pericolo. Successivamente la vicenda si fa più interessante ma continua ad esserci una facilità di fondo, legata ad un certo ritrovamento del protagonista nel capitolo cinque, che, tirate le somme, disturba abbastanza il senso di coerenza in un lettore adulto.
Inoltre, i personaggi convincono poco. Non sono del tutto stereotipati o idealizzati, tutt’altro. Però, di riflesso, non sono neanche personaggi vivi, complessi e sfaccettati. Sono giusto abbozzati, e a volte questo può dar fastidio. Un’avventura richiede eroi, coraggio e creature prive di esitazioni, capaci sempre di agire se non per il meglio, sicuramente secondo coscienza. Non accade ciò a Bilbo, e nemmeno ai nani che accompagna. Tolkien sceglie proprio i capitoli finali del romanzo per far emergere fastidiose personalità che porteranno la compagnia a prendere delle decisioni ingiuste. Perché mi scandalizzo tanto per delle decisioni “ingiuste”? Perché, per tutto il romanzo, questo non accade. E non è certo nel finale che si può rimediare alla mancanza di sfaccettature dei protagonisti, che restano personaggi abbozzati, a questo punto anche male. 
Ma il carattere dei personaggi non è l’unico momento in cui Tolkien vagheggia. Abbiamo, a tratti, degli accenni socio-economici nella descrizione delle varie popolazioni che la compagnia incontra. Arrivati al villaggio sotto la montagna, per esempio, già si pregusta una bella descrizione delle dinamiche interne ad un popolo e al suo rapporto col governatore, con la paura e con presunti “salvatori”. Ma tutto ciò, come già detto, continua a rimanere abbozzato. Non si fa nemmeno in tempo a mettere in moto gli ingranaggi del cervello che, appena si desidera continuare un simile discorso, già l’avventura è ricominciata, già si deve ripartire con i pony e le provviste diretti verso la prossima tappa. Rimane un vago senso di insoddisfazione e la curiosità di conoscere il motivo di accenni così insignificanti eppure presenti.

“Era già uno hobbit molto diverso da quello che era corso via da casa Baggins senza fazzoletto, molto tempo fa. Erano secoli che non aveva più un fazzoletto.”

L’ultimo punto debole è il finale. Ho già anticipato che questo si discosta abbastanza dal classico finale di “avventura”, forse per creare un diversivo e non concludere una vicenda nel più noioso dei modi; però, purtroppo, non riesce a convincere per nulla. Si assiste dapprima incuriositi e poi delusi ad una svolta insolita per la vicenda ma la risoluzione è terribile. Grossolana, oserei dire. Ed il finale vero e proprio è disneyano, nel senso peggiore del termine. Tanto sfacciatamente lieto da essere incoerente, non è purtroppo uno di quei finali che fanno sorridere e di cui si rimane pienamente e assolutamente soddisfatti.
Peccato, perché nel complesso è proprio un’opera che merita. È avvincente, fantastica, coinvolgente. Se si dimentica di essere adulti e ci si lascia trasportare, i pur numerosi difetti non verranno neanche notati e tutto ciò che si desidererà sarà un’avventura, come quella appena vissuta dal signor Bilbo Beggins.
Annachiara

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