giovedì 1 agosto 2013

Pensieri e riflessioni su "E l'eco rispose" di Khaled Hosseini

Titolo: E l'eco rispose
Autore: Khaled Hosseini
Editore: Piemme
ISBN: 8856633558
ISBN-13: 9788856633559
Pagine: 456

Sinossi:
Sulla strada che dal piccolo villaggio di Shadbagh porta a Kabul, viaggiano un padre e due bambini. Sono a piedi e il loro unico mezzo di trasporto è un carretto rosso, su cui Sabur, il padre, ha caricato la figlia di tre anni, Pari. Sabur ha cercato in molti modi di rimandare a casa il figlio, Abdullah, senza riuscirci. Il legame tra i due fratelli è troppo forte perché il ragazzino si lasci scoraggiare. Ha deciso che li accompagnerà a Kabul e niente potrà fargli cambiare idea, anche perché c'è qualcosa che lo turba in quel viaggio, qualcosa di non detto e di vagamente minaccioso di cui non sa darsi ragione. Ciò che avviene al loro arrivo è una lacerazione che segnerà le loro vite per sempre. Attraverso generazioni e continenti, in un percorso che ci porta da Kabul a Parigi, da San Francisco all'isola greca di Tinos, Khaled Hosseini esplora con grande profondità i molti modi in cui le persone amano, si feriscono, si tradiscono e si sacrificano l'una per l'altra.


Il pensiero di Annachiara:
Non avendo mai letto niente di questo autore prima d’ora, mi sono avvicinata con molto interesse a questo terzo, attesissimo romanzo di Khaled Hosseini, pubblicato in Italia, come i suoi precedenti romanzi, da Piemme.
Ero molto curiosa di conoscerlo e di capire cosa avesse appassionato tanto le menti e i cuori dei lettori di tutto il mondo ma devo purtroppo confessare di esserne rimasta alquanto delusa, per diversi motivi.

Il romanzo si apre in modo molto inusuale, con una fiaba raccontata da un padre ai suoi due bambini, una fiaba che, vediamo ben presto, è molto più di un semplice racconto di fantasia. L’ho trovato un modo molto bello e originale di iniziare un romanzo; ne sono stata subito attratta e conquistata. Purtroppo quando, dal secondo capitolo, si passa dalla fiaba alla realtà e incontriamo Pari e Abdullah, i due protagonisti, tutta la magia in qualche modo svanisce.
La loro storia, fin dal principio, sembra essere troppo forzatamente drammatica per smuovere nel lettore il sentimento di pena e angoscia che l’autore si aspetta. E andando avanti con la narrazione, conoscendo gli altri personaggi e le loro storie, questa sensazione di fastidio che ho provato all’inizio non fa che acuirsi: capitano una serie di disgrazie del tutto a caso e immotivate, volte solo a commuovere il lettore eppure narrate in modo troppo frettoloso e distaccato per riuscirci davvero. Insomma, più che una corposa vicenda drammatica sembra di leggere una soap opera e il solo fatto di scrivere di personaggi afghani e ambientare la vicenda per metà in Afghanistan non dà certamente più corpo ad una storia tutto sommato superficiale.

Inoltre, dopo solo un paio di capitoli il romanzo perde qualsiasi unità contenutistica e si scompone, assolutamente a caso, in una serie di ritratti e storie di personaggi secondari che non apportano alcun contributo alla narrazione principale e hanno il solo effetto di disorientare il lettore e spingerlo a chiedersi se e dove si ritroverà il bandolo della matassa. Troviamo capitoli interi dedicati a questa o quall’altra vicenda che poco hanno a che fare con Pari e Abdullah, con i quali il romanzo inizia e finisce soltanto, ma dei quali il romanzo, in fin dei conti, non parla.
Non sono riuscita a provare interesse o curiosità per nessuno dei personaggi e delle loro storie, neanche per quei due protagonisti che avrebbero forse potuto conquistarmi se l’autore si fosse dedicato più a loro invece che limitarsi a narrare sommariamente le vite di ogni personaggi che incontriamo.

Un’altra cosa che mi ha particolarmente infastidita, a livello contenutistico, e che non mi aspettavo di trovare, è stata la sfacciata e totale approvazione ed esaltazione per gli Stati Uniti e per l’occidente in senso lato. Ogni qual volta vi è un confronto o anche solo un contatto tra l’Afghanistan e l’Occidente il secondo ne esce magnificato. Le lodi sperticate per le missioni di pace in Afghanistan e per lo stile di vita occidentale e laico mi hanno fatto rendere conto che questo è, fondamentalmente, un libro scritto da un americano. Il problema è che molto spesso si tende a pensare Hosseini come uno scrittore afghano ed io stessa sono caduta in questo errore. Invece, leggendo questo romanzo, risulta palese come lo scrittore si senta molto più americano che afghano e come tale descriva il popolo afghano: insomma, se cercate un romanzo per capire quel popolo, quella terra, i loro usi e costumi e le loro ragioni, questo non è il romanzo adatto. Anzi, è proprio un romanzo che non si sforza neanche di comprendere quel paese e che si limita a descriverlo come un paese povero, pieno di criminali e ignoranti e di corruzione, che aspetta soltanto l’aiuto salvifico dei bravi europei e americani.

L’unico pregio che sono riuscita a trovare a questa lettura è il fatto che sia, se non appassionante, per lo meno molto scorrevole e in certi punti quasi coinvolgente. Hosseini scrive molto fluidamente e anche se il suo stile non ha nulla di particolare si lascia leggere con una certa facilità e un certo piacere.

Io l’ho trovato un libro mediocre, ma è comunque una lettura che consiglio a chi ama i romanzi che parlano di intricate vicende familiari, che affrontano temi anche profondi ma grazie alla loro superficialità riescono a rimanere scorrevoli e leggeri e quindi, se vogliamo, adatti all’estate. Un romanzo con una trama articolata, che però non lascia nulla e si può tranquillamente dimenticare il giorno dopo aver finito di leggerlo.
Annachiara

6 commenti:

  1. ciao Annachiara
    col tuo commento ho avuto una nettissima sensazione, e cioè che sei rimasta sulla superfice di questo romanzo, tutto ciò che hai appurato fà parte della descrizione delle parti più evidenti trascurando completamente le sfumature che invece sono il vero romanzo, sotto le tante storie e sotto i tanti personaggi che spesso non è facile da mettere in relazione ed in rapporto tra di loro c'è un filo che lega tutto e che tu evidentemente non hai scorto, visto che in questo romanzo più che cercarlo occorre aspettarlo, come nei migliori libri che ho letto è il riverbero dello stesso a chiarirne il senso vero, profondo, e questo riverbero non può che arrivare dopo aver letto l'ultima pagina e avere la pazienza di non archiviarlo semplicemente tra i libri letti, come hai fatto tu "dimenticandotene il giorno dopo" non hai avuto la pazienza di aspettarne l'eco, secondo me.
    ciao
    lucia

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  2. Ciao Lucia, grazie per il tuo commento.
    Confesso che, avendo trovato questo romanzo irritante dalla prima all'ultima pagina, non mi è stato facile aspettare che l'idea di un filo conduttore venisse a cercarmi. In altre parole ho trovato tutte le vicende descritte con molta superficialità e senza sentimento da parte dell'autore e forse è per questo che non ne ho avvertito "l'eco".
    Ma anche riflettendoci a distanza di giorni (per quanto io possa scrivere il contrario, alla fine mi viene sempre da ripensare ai romanzi che ho letto, sia che mi siano piaciuti sia che non mi abbiano lasciato nulla come in questo caso) proprio non riesco a trovare cos'è che unisce tutte queste vicende e qual è il senso vero e profondo di tutta la storia, e se volessi illuminarmi in tal senso te ne sarei molto grata ;)

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  3. ciao Annachiara,

    Come trasmettere il senso impalpabile di questo libro?
    Penso che se in tutto il testo Hosseini non ha fatto vibrare le tue corde difficilmente ci riuscirà qualsiasi mia prolissa spiegazione,
    quindi ti risparmio l'ulteriore ammorbamento da parte mia con citazioni e cavillamenti vari, ma spero che non chiuderai la porta a questo autore che nei suoi libri precedenti ha usato una cifra comunicativa molto diversa che magari saprà meglio accordarsi con te.

    ciao Lucia

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  4. Ho a casa "Il cacciatore di aquiloni" e prima o poi lo leggerò sicuramente, anche se niente potrà impedirmi di iniziare la lettura con scetticismo :)

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  5. Ma se non ti fai rapire dalla bellezza di questo capolavoro, Annachiara, per cosa sei capace di emozionarti?
    A me irriti tu con le tue considerazioni polemiche da bambina di terza media che si riempie la bocca di paroloni e concetti di cui non comprende manco 1/90, non Hosseini e la sua poesia in prosa. Poi se almeno avessi capito una minima parte del romanzo ti saresti accorta che Pari e Abdullah sono l'inizio e la fine del romanzo, ma in mezzo gli altri personaggi non sono buttati lì, hanno pari dignità dei 2 sopra citati.
    Inoltre, le tue considerazioni circa la presunta esltazione dell'occidente nel romanzo sono fuori luogo. Sembri una di quelle che vedono complotti ovunque, insomma lo scopo del libro era un altro e tu non lo hai minimamente colto. E questo è un grosso problema. Tuo. Dovresti crescere intellettualmente e te lo dico io che ho 17 anni e forse presuntuosamente ritengo di avere capito qualcosa in più della vita rispetto a te che, ripeto, dimostri non più di 13-14anni.
    Tutto questo senza offesa.
    Saluti

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    1. Caro/a Anonimo, rispondo io in vece di Annachiara, in quanto non collabora più da tempo con il nostro blog. Come già scritto in altri post in passato, la libertà personale nel lasciare la propria opinione (sia da parte dei collaboratori che da parte dei followers) non deve ASSOLUTAMENTE scadere nell'insulto, previa la censura del post o, nel secondo caso, del commento. Da quanto scrivi, si capisce che sei un'estimatore di Hosseini e che hai un'alta considerazione del suo ultimo romanzo. Questo però non giustifica il poter dare un giudizio su una persona, in questo caso Annachiara. Essendo anche io una patita di Hosseini, ti chiedo di modificare il tuo commento, in modo da poter lasciare giustamente la tua opinione sul romanzo. Se anche volessi firmarti, sarebbe sicuramente ben accetto. A presto, Ambra

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