Pensieri su "Manuale di danza del sonnambulo" di Mira Jacob



Amina Eapen è un’indiana-americana che vive a Seattle e si guadagna da vivere come eccentrica fotografa di matrimoni. Quando la madre Kamala la chiama da Albuquerque, nel New Mexico, per dirle che la salute di suo padre Thomas è gravemente peggiorata, Amina si lascia tutto alle spalle e si precipita nella casa dei suoi genitorie della sua infanzia. Dalle pareti agli oggetti più minuscoli, ogni cosa fa di quella casa un vero e proprio armadio dei ricordi in cui è racchiusa la storia della sua famiglia: dalla fuga dall’India, dopo che suo padre aveva litigato con la nonna, al tragico pomeriggio in cui dall’Oriente giunse la notizia della morte della nonna e dei familiari nell’incendio appiccato da Sunil, il fratello sonnambulo di Thomas, ai primi giorni di scuola in cui tutti i compagni parlavano una lingua incomprensibile e sconosciuta. Ricordi che si fanno più vivi quando, sotto il portico di casa, sentendo suo padre parlare con la madre morta da anni, Amina comprende che i giorni del suo vecchio genitore sono ormai giunti alla fine. E con essi anche l’intero mondo della sua infanzia. Per restarne in qualche modo aggrappata, decide di reincontrare i vecchi amici, i compagni di scuola, innanzi tutto Jamie, un ragazzo cattolico di buona famiglia di cui era stata innamorata e che ora insegna all’università. Il dolore per l’imminente morte del padre sembra, tuttavia, sovrastare ogni sforzo di riandare ai giorni felici dell’infanzia. Tutto sembra irrimediabilmente e vanamente trascorso agli occhi di Amina – la famiglia, la giovinezza, l’esistenza presente fatta di uno sciocco, bizzarro lavoro – quando una telefonata da Seattle la informa che un noto gallerista ha visto alcune sue foto e vorrebbe esporle. Che sia il vero inizio della sua vita? Scritto con uno stile impeccabile e popolato da personaggi dotati di grande umanità, il romanzo di Mira Jacob racconta l’emozionante storia di una famiglia indiana emigrata in America e di una bambina che, quasi senza accorgersene, è diventata grande senza aver realizzato nessuno dei suoi sogni. Un romanzo delicato e commovente sull’importanza di conoscere e difendere le proprie radici, per trovare il proprio posto nel mondo.


Titolo: Manuale di danza del sonnambulo
Autrice: Mira Jacob
Editore: Neri Pozza
Pagine 512
Uscita: Luglio 2014




Pur avendo un titolo evocativo e originale, questo romanzo a tema familiare e tradizioni indiane non è mai decollato per me.
La voce narrante è di un'indo-americana di seconda generazione, Amina, che da Seattle torna a casa, in New Mexico, perché la madre Kamala teme che il padre stia male o abbia comunque atteggiamenti sospetti. L'azione si svolge negli anni' 90, ma si salta avanti e indietro, coinvolgendo anche un fratello perduto e i parenti rimasti in India.

Mi aspettavo una trama ricca e colorata, magari anche fracassona, ma non così surreale.
Vero che tutte le famiglie sono strane, però se tutti, per vari motivi, cercano di agire sopra le righe in modo costante l'insieme risulta snervante e un po' monotono.
Soprattutto se proprio Amina, una ragazza che dovrebbe essere il contraltare "moderno" dei genitori, risulta rassegnata e sterile nell'anima, una che si trascina nell'esistenza senza qualità e senza meriti, e che manco ci prova perché le critiche degli altri le hanno azzerato l'autostima (e lei dovrebbe essere la parte "sana" della famiglia? Anche no).
Non c'è una vera storia, ma ci sono sequenze di parenti che litigano in continuazione, scenate melodrammatiche e reazioni esagerate per motivi futili: cosa ci sarebbe di comico? O di delicato?
Non si tratta di essere chiusi rispetto alle diversità culturali, ma dormireste tranquilli con vicini di casa che non fanno altro che urlarsi addosso, di persona o al telefono, e se ne vanno in giro a parlare con i parenti defunti? 
Non è colore e non è folclore: a metà lettura provavo solo sgomento.

Tra l'altro, trovo sempre curioso come uno scrittore occidentale debba stare attentissimo a come  menzionare una minoranza o a usare linguaggio sempre inclusivo (a momenti occorre stare attenti a non offendere il bruco che passa per strada per appropriazione senza permesso della cultura dei bruchi, ecc.) e qui Amina fa battutacce abbastanza sgradevoli (pare piuttosto astiosa contro lesbiche e chi potrebbe pensare che lo sia) senza porsi assolutamente alcun problema.
Se, poi, non amate i libri pseudo-innovativi con capitoli che sono dialoghi infiniti e senza un vero senso logico o un'utilità narrativa (personalmente, li trovo di una noia devastante), questo libro non fa per voi.

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