Pensieri su "Sugar Money" di Jane Harris


Saint-Pierre della Martinica, Antille Occidentali, 1756. Lucien e suo fratello Emile sono schiavi creoli al servizio dei "Frères de la Charìté". Coltivano la canna da zucchero, coi proventi della quale i frati riescono a far fronte ai debiti accumulati per mantenere in vita l'ospedale locale e prendersi cura dei malati. Un giorno padre Cléophas, un uomo dallo sguardo sfuggente e pieno di malizia, li convoca per affidare loro un delicato incarico: recarsi a Grenada e, con la scusa di dover consegnare alcune piante medicinali, ritornare in Martinica con i quarantadue schiavi rimasti sotto il dominio inglese dopo l'occupazione. Il momento è ideale per riportarli nella terra cui appartengono di diritto: il trattato di pace con gli inglesi sembra reggere e tra Grenada e la Martinica vi è libero passaggio. Riavere i quarantadue di Grenada a Saint-Pierre è, per i "Frères de la Charìté", essenziale. La febbre ha decimato gli uomini negli ultimi tempi e la terra da disboscare e mettere a coltura è ancora tanta, per non parlare della distilleria da avviare. Emile e Lucien conoscono Grenada, hanno entrambi servito i Frères dell'ospedale di Fort Royal e, soprattutto, Lucien parla un po' di inglese. Padre Cléophas affida loro una procura ad agire per conto dell'ordine, un documento che, dice, garantisce il consenso degli inglesi all'espatrio degli schiavi. Ma quando sono a bordo della Daisy, l'imbarcazione che li attende per condurli a Grenada, Emile rivela la verità a Lucien: Cléophas ha mentito, la procura non ha alcun valore e quello che ci si aspetta da loro è che «rubino» gli schiavi proprio sotto al naso degli inglesi. Una missione pericolosa, se non impossibile.

Titolo: SUGAR MONEY
Autrice: Jane Harris
Editore: Neri Pozza
Pagine 320
Uscita: ottobre 2017




«Quante storie di fuggitivi hai sentito a Grenada?»
«Un bel po'».
«E ti risulta che qualcuno ce l'abbia fatta?»
«È difficile dirlo. Ho sentito di un uomo che ha rubato una canoa e si è messo in mare. Nessuno l'ha più visto».
«Probabilmente è annegato» disse Emile. «O se lo sono mangiato gli squali. Non ha senso scappare in canoa. Non esistono posti sicuri che si possano raggiungere a remi. Queste isole appartengono ai Béké, e non importa se sono francesi, inglesi, spagnoli o olandesi, ci tengono tutti alla catena.


Quando affronti un romanzo basato su un fatto storico realmente accaduto, l'inconveniente di conoscere già l'epilogo è sempre dietro l'angolo, specie se si sa già che una certa impresa finirà male. In realtà, ti crogioli nell'illusione che magari l'autore aggiungerà qualche elemento di finzione e proteggerà comunque i propri personaggi, risparmiandoli.

E questa è stata la mia idea, più o meno, per tutto il libro.
Perché si parte da una base triste, con due fratelli creoli, schiavi di un ordine religioso, mandati dalla Martinica a Grenada per convincere/indurre gli schiavi di quelle piantagioni a "fuggire" e cambiare padrone.
Avete capito bene: non fuggire per la libertà, ma per ricevere un gioco meno violento e crudele (anche se, certo, i religiosi non risparmiano violenze e crudeltà). Si tratta di un'impresa già fallita sulla carta, che, infatti, viene affidata a due ragazzi che non hanno nulla da perdere. Se avranno successo, altri ci guadagneranno. Se non lo avranno, soltanto loro saranno giustiziati.

Tuttavia, il lettore si affeziona a Lucien ed Emile, continua a sperare che la fortuna arrida agli audaci, che qualcuno del gruppo possa salvarsi, che qualcuno degli schiavisti cada nell'inseguimento e non si rialzi, che arrivi un eroe sconosciuto a cambiare la situazione.
Invece no, sono trecento pagine di un procedere narrativo lento e inesorabile, senza sussulti e quasi apatico, con una cappa di sconforto che pesa sopra ogni pagina, più appiccicosa dello zucchero che distorce i destini di tutti.

Scritto con perizia, però ho tollerato poco tanta tristezza; nonostante il finale, lascia un vuoto, tra disperazione e desolazione.

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