Pensieri su "Una stanza piena di foglie" di Kate Grenville



Durante la ristrutturazione di una residenza storica di Sydney, viene rinvenuta una scatola di latta sigillata e incastrata dietro una trave del sottotetto. La scatola, gremita di vecchi fogli quasi illeggibili, contiene le memorie di Elizabeth Macarthur, moglie di John Macarthur, passato alla storia come primo colono e padre dell’industria laniera australiana.
Il ritrovamento è eccezionale, perchè svela ciò che nessun documento della storiografia ufficiale osa raccontare: la vita di una donna straordinaria, capace di amministrare un’azienda agricola enorme, allevando pecore da lana pregiata e gestendo, con grande temperamento, una manodopera composta da galeotti abbrutiti. Gelosamente conservate, sottratte alla furia di un mondo in cui il ruolo della donna si perdeva in un desolante nulla, le memorie diventano la finestra attraverso cui è possibile affacciarsi su un’esistenza non comune.
Elizabeth nasce nel 1766, figlia di un agricoltore del piccolo villaggio di Bridgerule, nel Devon. Ancora bambina, viene accolta nella casa del pastore, dove cresce in modo analogo a quello della quasi contemporanea Jane Austen. È qui che incontra e sposa il sottufficiale John Macarthur, un uomo irrequieto, sgradevole, roso dall’ambizione. Un anno dopo i due sposi, con il figlio in fasce, salpano verso la colonia penale del Nuovo Galles del Sud, appena istituita: poco più di due granelli d’Inghilterra in mezzo a incalcolabili miglia che non lo sono affatto.
Un destino, per la giovane donna, approntato dalle regole sociali del tempo che non tengono in alcun conto la sua volontà. Tuttavia, nei vasti paesaggi di quel continente sconosciuto, nel regno delle foglie, delle rocce e del vento, Elizabeth scoprirà un coraggio che non avrebbe mai immaginato di possedere, cedendo a quel mistero insondabile che è il desiderio.


Titolo: Una stanza fatta di foglie
Autrice: Kate Grenville
Editore: Neri Pozza
Pagine 353
Uscita:
3 giugno 2021




Seduta sulla sponda del fiume, non mi era mai venuto in mente di calcolare in che direzione fosse l'Inghilterra, per potervi puntare contro il becco pieno di nostalgia. Questo angolino non mi faceva pensare a un altro posto. Qui mi concentravo su ciò che mi circondava.
Questo cielo. Questa terra. Quest'acqua e queste pietre.


Ho scoperto solo al termine della lettura che Elizabeth Macarthur fosse realmente esistita, come moglie di un noto personaggio storico australiana, e famosa lei stessa come allevatrice di pecore e commerciante tra la fine del 1700 e il 1850.
Il romanzo ci propone, tuttavia, una rilettura del personaggio, sostenendo la tesi che fu in realtà lei, e non il marito, ad arrivare nel Nuovo Galles del Sud, al seguito di soldati e deportati, e a vedere in quella natura selvaggia qualcosa di più di un avamposto provvisorio di castigo e solitudine.

Partendo dalle sue vecchie lettere, seguiamo una ragazza del Devon, che cresce con un nonno allevatore e con un'istruzione particolare per l'epoca, e che si ritrova su una nave, appena ventenne, sposata e con un neonato, per errore o per mancanza di alternative.
Ma mentre tutti vorrebbero che lei attendesse serena, in salotto, l'avvio della colonizzazione del nuovo continente, Elizabeth esce, cammina su strade in costruzione e pascoli immensi, esplora, studia piante e stelle, e osserva coloro che già abitavano le stesse terre ben prima degli inglesi (siamo nel periodo in cui gli aborigeni vengono inesorabilmente decimati).

Sarebbe facile lasciarsi cancellare dallo scorrere del tempo, in un paese dove non ci sono radici e mentre in patria tutti si stanno scordando di lei; per fortuna, un incontro casuale e prezioso le insegnerà l'importanza di trovarsi un angolino nella natura tutto suo, la famosa stanza di foglie, dove riaffermare la propria esistenza e non essere un semplice corpo sopra cui l'acqua continua a scorrere.

Romanzo delicato e rassegnato, che ci regala un personaggio intenso (anche se più cupo di una Karen Blixen in terra africana).
Come dicevo, l'idea che sia vissuta per davvero, con i suoi figli, le sue ambizioni e il suo terribile marito-fardello, mi ha portato poi a cercare immagini e luoghi, rendendo tutto un po' malinconico.

Mi accontento di trovare me stessa che viene incontro a me stessa in ciò che ho scritto qui,
e mi alzo in segno di saluto.

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