Pensieri su "La giornalista ribelle" di Mathilde Bonetti

 


Padova, 1868. Nei salotti eleganti di una città ancora attraversata dai fermenti post-unitari, Eva Faré, giovane donna dell’alta borghesia, si muove con grazia impeccabile, ma dentro di sé avverte il peso di una gabbia invisibile. A soffocarla non è soltanto il duro corsetto dell’etichetta ma l’ombra del padre Dagoberto, rigido custode dei valori del passato, che ha già deciso il suo futuro: un matrimonio d’interesse con il nobile Nicola Carraresi.
Mentre la società pretende da lei obbedienza e silenzio, Eva, grande lettrice, coltiva in segreto la passione per la scrittura. Sarà l’incontro con Gualberta Alaide Beccari, fondatrice del periodico «La Donna», a cambiare per sempre la sua esistenza. Quando il padre le proibisce di frequentarla e di scrivere, infatti, Eva lascia la casa paterna abbandonando ogni agio e cerca rifugio nella redazione del giornale.
Ma diventare giornalista significa riuscire a guardare dove gli altri distolgono lo sguardo, dare voce alle donne che nessuno ascolta e raccontare una realtà più dura, ma anche più autentica. Significa anche, per una donna, affrontare i pregiudizi dei colleghi uomini, che non le risparmiano diffidenza, ostilità e critiche.
Così, nel ruolo d’inviata, tra strade affollate, appostamenti e rivolte popolari, Eva imparerà quanto sia pericoloso raccontare la verità, nel tentativo di dimostrare che l’indipendenza femminile non è un sogno irraggiungibile, ma una conquista fatta di istruzione, coraggio e impegno. Perché la libertà non è un dono: è una scelta da difendere, anche quando il prezzo è altissimo.


La giornalista ribelle
di Mathilde Bonetti
Editore: Tre60
Pagine 298
Uscita: 15 settembre 2026
* ringrazio moltissimo l'autrice per la copia fornita



«Il punto è che noi donne, nella maggior parte dei casi, siamo come addormentate. 
La vita scivola in una certa direzione e la lasciamo scorrere senza prenderla in mano, 
senza chiederci se ci va bene o se vorremmo altro.»


Passando dal romance puro alla narrativa storica (e impegnata), Mathilde Bonetti ha semplicemente confermato un approccio competente, ben documentato e curioso, che si percepiva già nelle altre sue opere precedenti e che veniva, a volte, sacrificato per rientrare in un limite di pagine e per lasciare spazio alla parte romantica a tutti i costi.

Qui, invece, l'autrice pare aver afferrato al volo l'opportunità di indagare su un frammento di storia nazionale poco conosciuto, scegliendo peraltro di concentrarsi anche su eventi locali (anche se comuni ad altre zone della neo-proclamata Italia).
Siamo a ridosso dell'Unità, a Padova, in una zona che non stava poi così male sotto l'impero Austro-ungarico e che fatica ad accettare il cambio di governo, la nuova burocrazia imposta dall'alto, una forte crisi economica e un'autorità percepita più come "straniera" che non portatrice di indipendenza.

In questo scenario attraverso da moti violenti, sia fisicamente che a livello psicologico, la giovane e ricca Eva non riesce ad accettare di conformarsi a un destino scelto per lei dal padre: un matrimonio con un Carraresi, un posto sicuro nella buona società patavina, un ruolo di moglie e madre senza scossoni.
Per quanto stesse già covando dentro di sé le prime scintille di ribellione, è l'incontro con un'altra donna che la porta a sovvertire il suo intero mondo: prendendo ad esempio Gualberta Alaide Beccari, fondatrice e direttrice di una rivista interamente dedicata ai diritti universali femminili, Eva decide di lasciarsi tutto indietro per "insegnare alle donne a pensare con la loro testa", per denunciare ingiustizie e soprusi, per combattere per l'eguaglianza politica e civile.

Ne devono passare di decenni dal suo 1868 (il diritto di voto, ad esempio, arriverà soltanto nel 1945) per poter parlare di risultati concreti, ma intanto, con il proprio lavoro di giornalista, Eva riesce a dimostrare che una donna è in grado di svolgere professioni alla pari di un uomo, senza perdere il senno o deviare la propria indole sensibile (penso a quanta fatica hanno fatto le nostre antenate ad essere ammesse a tanti diritti che oggi ci appaiono scontati), mantenendo inalterate bravura e dignità.

Un romanzo che parla di donne e di vita, dunque, di frustrazioni e di coraggio, poco romantico (forse), ma terribilmente vero ed appassionante.
Senza timore di voler cadere nella retorica, credo davvero che la figura di Eva o di Gualberta siano la dimostrazione che ci possa essere uno scopo indiretto nell'aspirare a sogni personali: aprire nuove strade a chi verrà dopo di noi, come gocce che scavano la roccia dentro a una montagna.
Come non dare ragione al signor Civetòn quando gli chiedono perchè le donne siano sempre in prima fila nelle proteste e nella voglia di cambiamento? «Ah, le done le xe sempre le prime a radunarsi quando c'è qualcosa che bolle in pentola.»
Leggete questo libro, ragazze.

È tempo ormai che la donna esca dalla prigione dorata dell'ignoranza in cui la società l'ha relegata sotto il pretesto del pudore, della debolezza o della grazia.
È tempo che ella venga istruita non solo nelle arti del cuore, ma anche in quelle della mente e del carattere, giacché una patria civile non si fonda senza cittadini e una cittadinanza di soli uomini, quindi incompleta, è una menzogna. La donna non è né angelo né martire: è un essere umano dotato di ragione e, come tale, deve essere chiamata a conoscere, discutere, scegliere.

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