Pensieri su "La buona società" di Amor Towles
È la notte di capodanno del 1937 all’Hotspot, un night club del Greenwich Village a New York. In fondo a una pista da ballo piccola e vuota, un quartetto jazz suona stancamente. A un tavolo appartato, Evelyn Ross e Katey Kontent ostentano senza problemi la loro giovanile e spensierata avvenenza. Avendo in borsa una manciata di centesimi ciascuna e in testa l’idea di continuare a bere, si apprestano a fare gli occhi dolci al contrabbassista o al barista di turno quando un giovane uomo fa il suo ingresso nel locale. Capelli castani e occhi azzurri, cravatta nera e un elegantissimo cappotto appoggiato al braccio, il giovane emana buone maniere e quattrini. È, infatti, Theodore Grey, detto Tinker, banchiere a Wall Street e, di lì a poco, l’uomo del destino per le due ragazze, colui che le condurrà nella buona società newyorkese di fine anni Trenta, prima che tutto precipiti nel baratro di una guerra i cui venti spirano già in Europa.
La buona società
di Amor Towles
Editore: Neri Pozza
Pagine 397
Uscita: 31 marzo 2022
Il sorriso di Tinker... Dopo tutti quegli anni, non ero preparata per quel sorriso.
Questo è il secondo romanzo che leggo di seguito di Towles, anche se è quello d'esordio, il suo primo grande successo. L'ho apprezzato molto, anche se "Un gentiluomo a Mosca" continua ad essere il mio favorito.
Qui restiamo negli Stati Uniti, alla fine degli anni Trenta, tra la fine della Grande Depressione e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e anche qui traspare tutta l'abilità narrativa dell'autore, capace di lasciarti dentro dei personaggi che non se ne vogliono più andare, e di condire le storie con la grande letteratura anglosassone, da Dickens a Thoreau.
«E' un bel problema se sei nato a New York» osservò il vecchio giornalaio con un po' di tristezza. «Non hai una New York in cui fuggire.»
Narrato dal punto di vista di Katey, figlia di immigrati russi che cerca di farsi strada con i propri mezzi, l'ambiente di Manhattan ci appare brulicante di sogni e attività, dove modesti impiegati cercano di emergere ma sono costretti a vivere ai confini, dove una ristretta élite dorata si divide tra ristoranti, club e fughe negli Hamptons, e dove un'umanità dolente prova a sopravvivere osservando lo skyline da lontano.
Crescere non è mai facile, e neppure raggiungere l'indipendenza, ma Katey, partita da una quotidianità fatta di rassegnazione, arriverà a credere nel "qui e ora", procedendo più lenta di altri, ma evitando di farsi bruciare troppo in fretta da bugie ambizioni.
Finale malinconico, coerente, ma di quelli che fanno male.
«Quasi tutti hanno più bisogni che voglie. È per questo che vivono come vivono. Ma al mondo comandano quelli che hanno più voglie che bisogni».
Nota 1: non leggerò "Eve a Hollywood", una sorta di spin-off dedicato a un personaggio che per me è il vero villain della storia, ma leggerò "Tavolo per due".
Nota 2: peccato per il titolo italiano, che toglie significato a quelle che sono le "Rules of Civility" citate nel libro e vero elemento basilare per capire una svolta importante.
Non ho dubbi sul fatto che sono state le scelte giuste per me.
E allo stesso tempo so che le scelte giuste, per definizione,
sono il modo in cui la vita cristallizza le cose che perdiamo.


























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