Pensieri su "Il castello di Dragonwyck" di Anya Seton


 
Miranda Wells, diciotto anni, capelli biondi come ranuncoli, pelle candida come i fiori di melo che le ricoprono il vestito mentre legge un romanzo francese anziché dedicarsi alle ben più pressanti faccende di casa, è una ragazza dalla bellezza squisita e dall’animo limpido, amante delle cose eleganti e ancora preda dei sogni infantili. Nella sua passione per la letteratura e le avventure libresche sembra quasi di scorgere una giovane Emma Bovary, piena di entusiasmo e di illusioni. È per questo che quando, nella primavera del 1844, a casa Wells arriva la lettera di un lontano parente, il ricco proprietario terriero Nicholas Van Ryn, che la invita a trascorrere un periodo presso di lui, Miranda comincia a sognare di allontanarsi dai genitori, e in particolare dal padre, rigidamente religioso, per vivere la vita piena di emozioni che ha sempre desiderato. Van Ryn ha bisogno di lei per un motivo concreto, far compagnia alla figlia Katrine, eppure a Miranda quella sembra l’unica possibilità di sfuggire a una quotidianità ottusa e banale. Una volta arrivata a Dragonwyck, la tenuta della «strana e sregolata» famiglia Van Ryn nella Hudson Valley, stato di New York, la ragazza ne rimane immediatamente stregata. Sembra proprio un incantesimo, quello che promana dalle mura di una villa tanto audace da parere un castello, con la sua torre gotica, i frontoni, i comignoli, i giardini fioriti e gli interni lussuosi. Allo stesso modo Miranda è affascinata dal padrone di casa, Nicholas, con le sue mani lunghe e sottili e l’abitudine di portare sempre un fiore all’occhiello. Tutto sembra perfetto, dunque, nella sua nuova vita in cui i confini del gusto e della moralità sembrano spingersi sempre un po’ piú in là. Perfetto, anche se nell’ombra più fonda dei sottoscala infestati di voci si rincorrono sussurri e sotto le chiome degli alberi si nascondono segreti. Ma è quando gli occhi del padrone di casa finiscono per cadere sempre più spesso su di lei che la vita di Miranda, oltre che perfetta, rischia di diventare pericolosa. Pubblicato per la prima volta nel 1944, Il castello di Dragonwyck è il ritratto di una società divisa fra ricchezze lascive e terribile povertà, in cui si muovono personaggi preda di intense passioni; una storia gotica di manipolazione e mistero, in cui striscia, costante, una fredda corrente di inquietudine sottile.

Titolo: Il castello di Dragonwyck
Autrice: Anya Seton
Editore: Neri Pozza
Pagine: 376
Uscita: 29 novembre 2022




Da tempo volevo leggere qualche romanzo storico (attenzione, non è un romance) di Anya Seton, famosa per gli intrighi di sapore gotico.

In effetti, questo romanzo, scritto nel 1944, è senza dubbio interessante, sia per l'ambientazione (si va dalla campagna del Connecticut a New York, tra il 1844 e il 1845: in pratica, l'autrice scrive di fatti collocati cento anni prima), sia per le atmosfere (compare persino Edgar Allan Poe, già autore povero e malato).
La diciottenne Abigail è cresciuta in una fattoria, con un padre religioso e severo e una madre sciupata dalle fatiche; mentre gli altri fratelli non vedono al di là di un destino già assegnato, lei è forse più ambiziosa e vorrebbe evadere dalla realtà fatta di duri lavori domestici e preghiera.
L'occasione giunge con una lettera di un lontano e ricchissimo cugino: Nicholas Van Ryn le offre di andare a vivere nel castello sulla riva dell'Hudson per fare da istitutrice alla figlia.

Per Abigail è come un sogno: si lascia alle spalle i rigidi ammonimenti paterni e il tanfo di letame dei campi per iniziare un'esistenza con un nuovo guardaroba, pasti sempre diversi, una biblioteca a disposizione e una stanza tutta per sé.
E poi c'è Nicholas, appena trentenne, cosmopolita, audace, pieno di relazioni sociali e affascinante oltre ogni dire: chi non resterebbe invischiato in una ragnatela di lusinghe e infatuazione?

Peccato che lui abbia una moglie, l'apatica e molle Johanna, che non può più dargli l'erede maschio; peccato che il castello sia gravato da tristi storie ancestrali e che lo stesso cugino sia preda di manie e visioni sbagliate, e che la realtà americana stia cambiando, con il declino dei grandi proprietari terrieri.

Senza avere la pretesa di essere un thriller, la storia si dipana tra scoperte, paure e una buona introspezione dei personaggi. 
Tuttavia, non sono sicura che, alla fine, Abigail, troverà davvero la felicità perché, nel disegnare l'eroe positivo, il medico cuor d'oro e salvatore, persino la Seton resta prigioniera della mentalità del tempo. 
Basti dire che, di fronte alla voglia della ragazza di vivere in un mondo moderno e di cercare "altro", lui le contrappone una visione convenzionale che ritiene ben più sana: "Aveva bisogno di fare un onesto lavoro, con quelle manine bianche e morbide delle quali era tanto fiera, di un onesto lavoro e di un uomo semplice e onesto che le cacciasse dalla testa tutte quelle sciocchezze e le riempisse la casa di figli." 
Ahimè, che salvatore e che mestizia.

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