Pensieri su "Un'ereditiera in fuga" di Carol Arens

 
America/Inghilterra, 1889
L'ultimo anno è stato oltremodo difficile per Madeline Macooish. Fuggita dall'amata famiglia per evitare un matrimonio combinato, si è trovata a vivere sola e senza denaro a New York, perseguitata da un insistente cacciatore di dote. Nel disperato tentativo di tornare a casa, Madeline si imbarca su una nave diretta in Inghilterra; non avendo però regolare biglietto, si trova a trascorrere la notte in una scialuppa, rischiando di morire assiderata quando scoppia una terribile tempesta. A salvarla è Rees Dalton, operaio dei locali caldaia, prima ospitandola nella propria cabina sino all'alba e poi offrendole un matrimonio riparatore e temporaneo. In verità, attratta dal suo cuore onesto e generoso, Madeline inizia presto a desiderare che sia per sempre, almeno sino a quando, giunti a destinazione, scopre che il marito non è affatto chi diceva di essere.


Un'ereditiera in fuga 
Autrice: Carol Arens
Editore: Harper Collins Italia
Pagine 245
Uscita: novembre 2020



A volte ci sono romanzi che ti intrigano per le ragioni più disparate; in questo caso è stata la mia assoluta incredulità di fronte a una trama talmente surreale e a personaggi così ingenui che, una volta iniziata la lettura, ho dovuto proseguire perché volevo rendermi conto se ci fosse almeno un punto dove l'autrice si sarebbe fermata.
Ma no, qui non ci sono mezze misure, Carol Arens non si nega nulla, marcia fiera infischiandosene di tutto, tra buchi di trama e incoerenze senza senso, e chi legge cade, inevitabilmente, in questa sorta di spirale ipnotica.

Si parte con Madeline, fanciulla americana cresciuta (viziatissima e imbelle, direi) da un nonno straricco, la quale, a fronte della prospettiva di convolare con un conte inglese, pensa bene di fuggire con un altro bellissimo corteggiatore che si rivela, ahimè, un viscido cacciatore di dote.
Naturalmente non accade nulla, lui neppure la sfiora, e lei cerca di imbarcarsi su un piroscafo per Liverpool (?) dopo aver lavorato "duramente" per i soldi del biglietto (ma se non sarà fare niente?). 
La nostra è ovviamente un personaggio fiabesco, una che pensa che basti elargire sorrisoni dolci per ottenere tutto: dopo aver donato il biglietto a gente più bisognosa, viene fatta imbarcare gratis dal proprietario della nave, si nasconde su una scialuppa durante la tempesta (non ha alloggio né pasti), vomita l'anima ed è soccorsa e compromessa dal medesimo proprietario.
E qui arriva il delirio: il proprietario è in realtà un visconte, ma viaggia sulla propria nave facendo il fuochista, e si innamora all'istante di quest'angelo fradicio (che non si lavava da giorni ed era ricoperta di vomito dalla testa ai piedi...).

Dopo averla soccorsa, la sposa. Ulteriore delirio: la stupidotta sorridente (si può nascere ricca, strafortunata e così scema?)  non si stupisce che un macchinista (Avete presente? Non un ufficiale di bordo, ma un tizio che spalava carbone per tutta la traversata, all'ultimo livello nella gerarchia della ciurma...) abbia un alloggio privato, riceva il capitano per dare istruzioni, venga chiamato per sbaglio milord, possa accedere ai servizi di prima classe e abbia parecchio tempo per passeggiare sul ponte ad ammirare il tramonto.

Persino nelle fiabe le principesse meno scaltre si sarebbero insospettite: Madeline, invece, crede che i camerieri le lascino portare in stanza le coppe di macedonia di fragole grazie al fatto che il mondo è pieno di persone buone. 🤔🤔🤔
Mi fermo qui poiché vi è tutta una seconda parte ricca di picchi e di arguzie simili.
Come ho detto, è una spirale che crea dipendenza, non riesco ancora a credere di essere arrivata in fondo congelata dal fascino tossico.

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