Pensieri su "TRIO" di William Boyd



Elfrida Wing si è svegliata con un titolo in mente, un titolo perfetto per il suo nuovo romanzo. Un titolo che va ad aggiungersi a tanti altri titoli perfetti di libri che non hanno mai visto la luce. È da qualche tempo, infatti, che Elfrida non riesce a mettere giù delle storie degne di questo nome. Per questo non appena suo marito, il regista Reggie Tipton, esce per andare sul set, allunga il succo d’arancia con la vodka. Talbot Kydd, produttore figlio di produttore, si desta di soprassalto con un sogno che ancora indugia dietro le sue palpebre: un giovane sconosciuto esce dal mare rivolgendogli un cenno di saluto, il corpo snello, nudo. Felicemente sposato, in buona salute, figli ormai grandi, ragionevoli soddisfazioni professionali, Talbot avrebbe di che sorridere alla vita, ma deve fare i conti con uno strano malumore o, meglio, un senso di angoscia strisciante di cui non riconosce le ragioni. Anny Wiklund, stella che brilla nel firmamento cinematografico, riprende gradualmente coscienza di sé dopo l’ennesima notte brava e, come ogni mattina, si chiede se oggi morirà. Poi si rende conto del ragazzo addormentato di fianco, nel letto, e pensa che da tanto tempo non faceva l’amore con uno più giovane di lei, uno che crede ancora che la vita sia un gioco. È l’estate del 1968 e, mentre nel mondo divampano proteste e rivolte, Elfrida, Talbot e Anny si trovano nella soleggiata Brighton, coinvolti nelle riprese di un film funestate da un’infinita serie di calamità, in un momento cruciale della loro vita. Attraverso il racconto indiscreto e irresistibile dei sotterfugi, delle improvvisazioni e delle situazioni grottesche che caratterizzano le riprese di un film dal titolo assurdo e pomposo, William Boyd compone con Trio un magistrale romanzo sulle ombre e le inquietudini di un’epoca – il ’68, l’anno delle utopie di liberazione e dell’assassinio di Robert Kennedy e di Martin Luther King – che penetrano nell’animo non soltanto dei suoi grandi protagonisti, ma anche di alcuni suoi figli minori.

Trio
Autore: William Boyd
Editore: Neri Pozza
pagine 334
Uscita 5 maggio 2022




William Boyd è considerato uno dei romanzieri più importanti del panorama inglese contemporaneo, per cui ho deciso di iniziare a leggere qualcosa di suo.

Partiamo da questo TRIO, ambientato durante l'estate del 1968, e che narra, attraverso capitoli-sequenze dedicate ai singoli personaggi , le peripezie delle riprese di un film tra Londra e Brighton.
Ne risulta una vicenda corale, dove ci viene fornito un pezzo di storia da più visuali, mentre poi ciascun filone ha il suo sviluppo.

In genere, non impazzisco per lo stile moderno costruito tutto da dialoghi, con ambientazioni ridotte all'osso. Qui è così, tanto che il romanzo somiglia più a una sceneggiatura e di rado riesco a fornire profondità, consentendo al lettore di immaginare solo le voci attraverso le battute.

La critica lo ha definito divertente e grottesco (o almeno la quarta di copertina lo definisce così, anche se non è la prima volta che le uscite di Neri Pozza hanno delle presentazioni assai più brillanti del romanzo in sé): per il primo aspetto, la mia idea di humour è piuttosto differente (per cui non ho riso granché, anzi, per nulla); per il secondo aspetto, invece devo confermare: ci sono scene eccentriche e grottesche, che però risultano poco logiche e al contempo non così accattivanti.

In soldoni: una certa noia. Più di tutto, mi ha infastidito il tema della doppia vita che accomuna Elfrida, Talbot e Anny: l'idea di ritagliarsi uno spazio segreto e alternativo per poter essere se stessi sarebbe anche accettabile, ma, tra inganni e ipocrisie, ansia di non farsi scoprire e sequenze ininterrotte di bugie a familiari e amici, queste esistenze mi sono parse delle gran vite di m....,  in nessun modo da invidiare.
Soprattutto, valeva la pena porre tali esistenze al centro di un romanzo? 
Questo è l'interrogativo che mi aleggiava in testa al termine dell'ultima pagina.

Salvo Elfrida, ex scrittrice nota e in caduta libera, tra depressione e alcolismo, che cerca a tutti i costi di non essere paragonata a Virginia Woolf, finendo per esserne ossessionata.

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