Pensieri su "Il Braccio e la Rosa" di Stefania De Prai Sidoretti

 
1895, Italia - Africa
Due mondi divisi da tutto. Un amore che non avrebbe mai dovuto nascere.

Andrea Fortebraccio, detto Braccio, è un operaio analfabeta.
Rosa Fiordispini è una giovane maestra di buona famiglia.
Tra loro si ergono il ceto sociale, i preconcetti e un futuro che sembra già scritto.
Ma il cuore non conosce convenzioni. Sa che il valore di un'anima non dipende dal denaro o da un cognome nobile.
Quando il loro sentimento comincia a sbocciare, la Storia li travolge. L'Italia si prepara all'avventura coloniale in Africa e Braccio viene chiamato a combattere nella tragica battaglia di Adua.
Un romanzo intenso e appassionante, ambientato durante la dolorosa e poco conosciuta guerra d'Abissinia.
Un libro d'amore e d'avventura che sfida i pregiudizi e il destino.


Titolo: Il Braccio e la Rosa
Autrice: Stefania De Prai Sidoretti
Edizione: self
Pagine 398
Uscita: 27 settembre 2026



Oggi vi parlo di un'autrice italiana che ho apprezzato per la seconda volta.

In questo suo nuovo romanzo la storia d'amore si intreccia con un contesto storico poco esplorato a livello letterario, ovvero la prima campagna d'Etiopia, che doveva servire all'Italia per perseguire le proprie mire espansionistiche nel Corno d'Africa dopo la colonizzazione dell’Eritrea. La vicenda si colloca, infatti, tra il 1895 e il 1897, con la conclusione della disastrosa fase bellica africana.

Come annunziato dal titolo, protagonisti sono Rosa e Andrea Fortebraccio, detto Braccio, e l'aspetto che più colpisce è proprio il divario netto tra loro, sociale e culturale. Se ai giorni nostri questo fattore è senza dubbio meno significativo, in quell'epoca rappresentava un vero e proprio abisso, quasi insuperabile e difficilmente accettabile.

Rosa, in particolare, arriva a Manziana per iniziare a lavorare come maestra, in fuga da una serie di infelici tentativi familiari di accasarla, anche con corteggiatori spregiudicati, e con l'unica compagnia di Zita, fedele governante e chaperon. Non solo è istruita, dunque, ma è anche figlia di un ufficiale dei bersaglieri, con notevoli aspettative per il futuro.
All'opposto, Andrea è un operaio, analfabeta, con un passato che ancora gli procura disagio e pure di idee anarchiche, di certo distanti da quelle del conservatorismo borghese.
Eppure, il loro amore di ventenni è spontaneo, istintivo e capace di resistere a tutto e tutti.

Nel mentre, la Storia continua a scorrere, fagocitando i loro sogni e spedendo il Braccio direttamente a combattere in nome di tutt'altro tipo di sogni, quelli di gloria dei Savoia. 
Ahimè, i fatti sono noti (anche se sono contenta che la lettura si sia rivelata per me un utile ripasso): le armate nazionali, senza preparazione e senza scorte, fronteggiarono le truppe del Negus Menelik II, più numerose, esperte del territorio e legate da fedeltà tribali. Ad Adua si andò allo sbaraglio e incontro a un inevitabile massacro.

Per quanto la battaglia sia narrata senza sconti, tra violenza e disfatta, atti di coraggio e codardia, Andrea non perde mai la propria umanità, abituato a all'umiltà e alla fatica, sempre spronato dall'amore, giungendo a tenere in vita il suocero e un gruppo di commilitoni durante la lunga prigionia. A casa, Rosa lo attende, impotente ma sempre convinta di poter ottenere il giusto lieto fine.
Sono entrambi personaggi di grande impatto, positivi e ben delineati, collocati all'interno di una cornice realistica e credibile, frutto di un gran lavoro di documentazione, e di una trama che appassiona.

Da ultimo, e per quanto si tratti di un romanzo autoconclusivo, segnalo la presenza di alcuni personaggi comuni a un'altra opera dell'autrice, tanto che lo si può considerare un prequel ai fatti del "Un gentiluomo imperfetto". 

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