Pensieri su "L'inverno della levatrice" di Ariel Lawhon
Maine, 1789: con il disgelo, il fiume Kennebec restituisce il corpo di un uomo intrappolato nel ghiaccio. Martha Ballard viene chiamata a esaminarlo e a stabilire le cause della morte. In qualità di levatrice e guaritrice, Martha è testimone silenziosa di tutto ciò che accade dietro le porte chiuse della comunità di Hallowell. Nel suo diario, da sempre, annota con precisione ogni nascita, ogni morte, ogni crimine e ogni scandalo che scuote il paese. Qualche mese prima, Martha aveva registrato i dettagli di un’accusa di stupro mossa contro due dei cittadini più rispettati della città, uno dei quali è proprio l’uomo ritrovato nel ghiaccio. Quando però il medico locale scredita le sue ipotesi, definendo la morte un semplice incidente, Martha decide di condurre da sola un’insidiosa indagine per far emergere la verità.
L'inverno della levatrice
Autrice: Ariel Lawhon
Editore: Neri Pozza
Pagine 493
Uscita: 24 febbraio 2026
«È più facile perdonare i propri errori, quando li vediamo commettere da qualcun altro».
Questo romanzo è stato un'immersione di quasi 500 pagine in un'epoca lontana, fisicamente e storicamente, con una storia, tuttavia, ricca di tematiche più attuali che mai e un'ambientazione invernale capace di farti sentire il gelo e l'aria fredda sul viso.
Siamo a fine '700, con gli Stati Uniti appena divenuti indipendenti, e coloni-cittadini che cercano ancora di sopravvivere, giorno dopo giorno, modellando una natura selvaggia, pressoché incontaminata, e quasi sempre ostile e impietosa.
Nel villaggio di Hallowell poche famiglie vivono ravvicinate, attorno a un cuore formato dalla taverna e dall'emporio, e un fiume che attraversa in due la terra, fonte di sopravvivenza e di trasporto in estate, limite infido e ghiacciato in inverno.
Per quanto isolato e piccolo, anche un villaggio del Maine può conoscere violenze e soprusi: le famiglie lottano per riscattare la terra dopo decenni di duro lavoro, ci sono stupri e omicidi, le ragazze rimaste incinte fuori dal matrimonio sono punite, la giustizia è amministrata dal più forte.
La levatrice Martha, dopo aver generato nove figli perdendone tre, si affanna ad aiutare a portare la vita, tra parti continui ed esistenze femminili consumate dalla fatica e dai lutti.
Suo marito le ha insegnato a scrivere e lei tiene un diario degli eventi: nascite e accadimenti, clima e brevi note. Sarà questo diario a consentirle di divenire memoria dell'intera cittadina, testimone di fatti che tutti vorrebbero dimenticare e implacabile accusatrice delle ingiustizie.
L'ho trovato stupendo: a tratti lirico e intimo, con apparizioni di falchi, lune e volpi, a tratti pervaso da calore familiare e nuziale; al centro c'è una donna che custodisce il sapere e ne è orgogliosa, e lo usa per lasciare un segno, quasi invisibile, ma (come ci insegna l'autrice, che ha ripescato questa storia dal diario autentico di Martha Ballard) capace di superare il tempo e generare effetti imprevedibili, tra comprensione del prossimo, saggezza esperienziale e grazia interiore.
Mi metto a piangere, soprattutto per Rebecca e il piccolo cuore, indesiderato, che batte già nel suo grembo. Ma anche per me stessa. E per le nostre figlie. E per ogni altra donna che vive, soffre e muore a causa degli umori mutevoli degli uomini.


























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