Pensieri su "Intrighi e bugie a Piccadilly" di Laura Shepherd-Robinson
Intrighi e bugie a Piccadilly
di Laura Shepherd-Robinson
Editore: Neri Pozza
Pagine 336
Uscita: 10 luglio 2026
Ho già avuto modo di elogiare i romanzi di Laura
Shepherd-Robinson in passato, in quanto riesce a combinare un'accurata
ricostruzione del periodo georgiano inglese, con attenzione agli aspetti
politico-sociali, trame investigative che ruotano intorno a un intrigo/mistero
e notevoli protagoniste femminili che si destreggiano con i mezzi concessi loro
dalla realtà in cui vivono.
La vicenda in questione si svolge a Piccadilly, quartiere londinese ricco di botteghe e artigiani, dove la dolce Hannah si trova a riaprire la pasticceria di famiglia, dopo aver perso il marito, l'operoso faccendiere Jonas, durante una rapina: la vita è grama, se sei una donna e devi avere a che fare con fornitori, clienti, apprendisti e vicini invidiosi e pettegoli.
Anche perché le indagini, condotte dal magistrato Henry Fielding (proprio colui che ha scritto “Tom Jones”, specchio di quel periodo) sono ancora in corso, c'è un'eredità inaspettata che, però, come donna, lei non può rivendicare da sola, e l'unico che vuole aiutarla è un amico del marito, il dolce William, l'unico anche capace di darle giusti suggerimenti. Come il gelato, ad esempio, il dolce italiano, praticamente sconosciuto a Londra e assai complicato, se non impossibile, da preparare lontano dall'Italia.
L'aspetto più azzeccato del romanzo è la struttura narrativa: in pratica, il lettore conosce sin dall'inizio più di un segreto, ma è inerme, non piò parlare con i personaggi di carta ed è costretto, suo malgrado, ad assistere agli sviluppi, in quella che è un po' una lotta contro il tempo.
Come sempre, il finale è amarognolo, perché anche nel Settecento inglese la felicità era merce rara, e l'autrice non intende barare né illudere sul punto.


























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